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Graf von Hallberg
Prima parte - La darsena
I
Scrivo nella stanza che dà sul giardino, al tavolo che era di mia madre. Ho cinquantotto anni e ho insegnato letteratura per trentadue: so come si comincia una storia, e so che quasi tutte cominciano prima del punto da cui le si fa cominciare. Questa la faccio cominciare da un trasloco, nel luglio del 1948, perché è lì che la ricordo, e perché da qualche parte bisogna pure cominciare.
Antonio è in giardino. Lo sento lavorare: la carriola sulla ghiaia, il rastrello, poi un silenzio lungo, che vuol dire che si è fermato a guardare qualcosa. Non sa che sto scrivendo di lui. Potrei dirglielo, e so che cosa mi risponderebbe, perché risponde sempre allo stesso modo. È il resto che non so.
*
Arrivammo un martedì, con il camion di un cugino di mio padre e i mobili legati con le corde. Venivamo dalla pianura, da una cascina vicino a Novara dove mio padre aveva fatto il fattore per altri, e il posto di custode a Villa Adelaide glielo aveva trovato il parroco, che conosceva il parroco di qui, che conosceva la governante dei signori. Così si trovavano i posti, allora: di prete in prete.
Avevo compiuto quattordici anni tre giorni prima. Stavo seduta in cabina tra mio padre e il cugino, e mia madre dietro, con i mobili, perché aveva voluto tenere d'occhio la specchiera. Quando il camion uscì dall'ultima curva e il lago comparve tutto insieme, largo, di un azzurro che in pianura non esisteva, nessuno disse niente. Io trattenni il fiato. Mi ricordo di aver pensato che era troppo, che un posto così non poteva essere per noi, e che qualcuno prima o poi se ne sarebbe accorto.
La villa stava sopra la strada, in mezzo a un parco che scendeva fino all'acqua. Era gialla, di un giallo spento, con le persiane verdi e una terrazza lunga sul lago, e sul pilastro del cancello c'era il nome in lettere di ferro: VILLA ADELAIDE. L'aveva costruita il conte von Hallberg per sua moglie, che si chiamava Adelheid ed era morta prima della guerra; il nome l'aveva messo in italiano, dicevano in paese, per gentilezza verso il posto. Io allora non sapevo che Adelheid e Adelaide fossero lo stesso nome. Pensavo che fossero due donne.
In paese lo chiamavano il conte, e così lo chiamammo anche noi. Sulle lettere che arrivavano da Zurigo c'era scritto Heinrich Graf von Hallberg, con quella parola corta in mezzo al nome, e mio padre le portava su tenendole per il bordo, come si tengono le cose che non sono tue.
Mia madre scese dal camion e restò in piedi davanti al cancello, con la borsetta stretta davanti, tutte e due le mani sul manico. Guardava la villa. Non la guardava come si guarda una casa: la guardava come si guarda una promessa, di quelle che qualcuno ti ha fatto senza saperlo. Mio padre intanto contava le chiavi.
La casa del custode era accanto al cancello, due stanze sotto e due sopra, e la mia dava sul parco. Dalla finestra, oltre gli alberi, si vedeva il tetto di pietra della darsena, e il lago dietro.
Il conte lo vidi quel pomeriggio. Scese dalla terrazza col bastone, vestito di lino chiaro, e diede la mano a mio padre, poi a mia madre, poi a me. Parlava un italiano esatto, con le consonanti dure, come se ogni parola la dovesse prima pesare. Mi chiese come mi chiamavo. «Camilla» dissi. «Camilla» ripeté lui, come per provarla. «Bene.» Aveva gli occhi chiari e stanchi, e mi tenne la mano un momento più del necessario, non so perché. Poi disse a mio padre che per i lavori pesanti c'era Antonio, e che Antonio la villa la conosceva meglio di lui. Mia madre sorrise. Non sapevamo ancora chi fosse Antonio.
*
Lo vedemmo il giorno dopo. Arrivò dal fondo del parco con un carretto per aiutarci con l'armadio, e lo portò su quasi da solo, per la scala stretta, con mio padre che reggeva l'altro capo e diceva «piano, piano» senza che servisse. Aveva ventun anni. Era alto, largo di spalle, e quando posò l'armadio contro il muro e si voltò, io vidi la sua faccia.
Il lato destro era come un'altra faccia. La pelle, dall'orecchio fino al mento, era lucida e tirata, di un rosa diverso dal resto. Mio padre gli disse grazie. Lui fece un suono.
Non so descriverlo, e l'ho sentito migliaia di volte. Era un suono basso, di gola, di due note, la seconda più alta della prima, come di uno che si schiarisce la voce per dire qualcosa e poi decide che basta quello. Voleva dire sì. Voleva dire sempre sì: prego, va bene, ho capito, arrivo. Non ne aveva altri. Era muto dalla nascita.
Mia madre mi tirò indietro per un braccio. Lo fece senza guardarmi, e io mi lasciai tirare.
Il resto lo seppi in paese, nei giorni dopo, dalla donna del latte e dalle ragazze del lavatoio, che parlavano davanti a me come si parla davanti ai bambini. Che viveva con la madre, Giovanna Facchinetti, in una casa in fondo al paese. Che un padre non c'era e non c'era mai stato, e qui lasciavano la frase a metà, e io capivo che la metà mancante era la parte importante. Che da bambino c'era stato un incendio, e che si era bruciato così perché non aveva potuto chiamare nessuno. Questa la dicevano tutte allo stesso modo, abbassando la voce sull'ultima parola, come se il non poter chiamare fosse stato, in qualche modo, colpa sua.
A cena mia madre disse: «Quello lì non mi piace. Non si sa cosa pensa.» Mio padre disse: «Lavora. Tanto basta.» E da allora, quando gli serviva, lo chiamò col fischio, dal cancello, come si chiama qualcuno che non ha bisogno di un nome.
Io lo guardavo dalla finestra. Avevo paura della sua faccia, e mi vergognavo di averne, e le due cose insieme mi facevano guardarlo ancora di più.
A metà luglio mia madre mi portò con sé alla villa per aiutarla con le tende. Nella stanza accanto al salone c'era la biblioteca: quattro pareti di libri dal pavimento al soffitto, con una scala di legno che scorreva su una guida di ottone. Io non avevo mai visto tanti libri insieme, nemmeno nella biblioteca del parroco, che ne aveva forse duecento e li prestava uno alla volta. Mentre mia madre era in cima alla scala con le tende, io mi fermai sulla soglia e cominciai a leggere i titoli sui dorsi, piegando la testa di lato, uno dopo l'altro, muovendo le labbra.
Non lo sentii arrivare. Il conte era dietro di me, appoggiato al bastone, e chissà da quanto mi guardava.
«Ti piacciono i libri?»
Dissi di sì, e arrossii, come se mi avesse sorpresa a rubare. Lui non sorrise. Mi chiese che cosa avevo letto, e io glielo dissi, tutti e sei i libri del parroco, compresi i due che non avevo capito. Mi ascoltò fino in fondo, con la stessa attenzione con cui il primo giorno aveva ripetuto il mio nome.
«Sono pochi» disse. «Bisognerà che tu ne legga molti di più.»
Poi si voltò e tornò verso la terrazza, e io rimasi sulla soglia. Allora mi sembrò soltanto una frase gentile, di quelle che i signori dicono ai ragazzini.
Una sera di fine luglio mia madre mi mandò alla villa con un cesto di pesche per il conte. Lui era sulla terrazza, nella poltrona di vimini, con un plaid sulle ginocchia nonostante il caldo. Mentre salivo il vialetto, Antonio scendeva dall'altra parte con una cassetta di attrezzi sulla spalla. Il vialetto era stretto. Io mi fermai e mi strinsi contro la siepe, con il cesto davanti come uno scudo, e guardai per terra. Lui si fermò prima di me. Posò la cassetta, si tolse il berretto e restò così, un passo fuori dal vialetto, con la testa bassa e il berretto in mano, come si aspetta che passi una processione. Aspettò che fossi passata del tutto. Poi riprese la cassetta e andò.
Quando alzai gli occhi, il conte ci stava guardando. Non guardava me, e non guardava lui: guardava tutti e due, lo spazio tra di noi. Presi le pesche. Mi ringraziò, e mi chiese se avevo paura di Antonio. Dissi di no. Lui annuì, come si annuisce a una bugia che non vale la pena di correggere, e tornò a guardare il vialetto, dove non c'era più nessuno. Rimase così, e io me ne andai senza che mi congedasse.
*
Il conte si mise a letto ai primi di agosto, e non si alzò più. Non aveva una malattia: il medico che saliva da Intra ogni mattina lo diceva a mia madre sulla porta, che era la vecchiaia, e lo diceva con il tono di una diagnosi, e forse lo è. Aveva ottantatré anni. La governante era in ferie, e mia madre portava su i vassoi e li riportava giù quasi pieni. Mandarono a chiamare i figli.
Arrivarono da Zurigo in due giorni, con due automobili scure. Konrad era il primo, con gli occhiali e un vestito nero. Matthias era più giovane e più alto, e fumava, e fu l'unico che salutò mio padre prima di entrare. Ursula aveva un cappello con la veletta.
Per quattro notti la finestra della camera del conte, al primo piano, restò accesa fino a tardi, e io la guardavo dalla mia. La quinta, verso l'alba, mia madre fu chiamata su. Tornò giù poco dopo e disse soltanto: «È morto. Aveva i figli intorno, tutti e tre.» Lo disse come si dice di una cosa riuscita bene. Il conte lo riportarono in Svizzera. Qui restarono la villa e il testamento.
Il notaio venne da Intra la settimana dopo, e lo lesse nel salone. Io non dovevo esserci, ma c'ero: stavo sulla soglia della sala accanto, e nessuno mi mandò via. I figli erano seduti, con le mogli e il marito di Ursula. Mio padre era stato chiamato, e stava in piedi, col cappello in mano. Vicino alla porta, in piedi anche lui, c'era Antonio. Lo avevano fatto chiamare, e nessuno gli aveva detto perché.
Il notaio lesse a lungo, in italiano e poi in tedesco, cose che non capivo, tranne una parola che tornava sempre, Graf, e che ormai sapevo voler dire conte. Poi lesse il nome di mio padre. Al custode della villa, «in riconoscimento della sua opera», una somma che mio padre per una settimana non riuscì a dire ad alta voce. Mio padre era lì da un mese. Guardò il notaio, poi i figli, come per chiedere scusa di qualcosa.
Poi il notaio lesse: «Al signor Antonio Facchinetti, la piena proprietà del capanno degli attrezzi posto nella parte bassa del parco, con il terreno su cui insiste, affinché possa continuare a prestare la sua opera presso la villa chiunque ne sia il proprietario.»
Nel salone non si mosse nessuno. Konrad si tolse gli occhiali. Ursula guardò suo marito. Matthias non guardò nessuno: guardava fuori, verso il lago, e continuò a guardarlo finché il notaio non ebbe finito. Antonio non fece niente. Nessuno gli aveva chiesto niente, e lui non fece il suo verso. Rimase vicino alla porta finché non fu tutto finito, poi uscì, e dalla finestra lo vidi tornare verso il fondo del parco con il passo di sempre, verso il capanno che adesso era suo.
Dopo, i figli parlarono tra loro in tedesco. Io non capivo le parole, allora. Capivo il tono: quello di chi trova una cosa fuori posto in una stanza che credeva in ordine.
Quella sera, in cucina, mio padre ripeteva: «Perché a noi?» E mia madre, che aveva già deciso tutto, disse: «Con quei soldi Camilla va a studiare. Nelle scuole buone.» Poi, dopo un po', mentre lavava i piatti: «E a quello lì il capanno. Chissà cosa c'era sotto.»
Nessuno lo spiegò mai. Il conte era morto, e i morti non spiegano.
*
Quell'autunno cominciai la scuola a Intra. Andavo col battello, la mattina presto, e tornavo col buio. I von Hallberg, i conti, come dicevano in paese, venivano una volta al mese, per un fine settimana, una famiglia o l'altra: la villa si apriva, si accendevano le stufe, si sentivano le voci in tedesco attraverso il parco, e il lunedì si richiudeva tutto.
Antonio c'era sempre. Spaccava la legna, puliva le grondaie, rifaceva i vialetti dopo la pioggia. Non lo vedevo mai da vicino. Una volta, in marzo, lo incontrai su un sentiero del parco, stretto tra due siepi, e io mi scostai; lui si scostò di più, fin dentro la siepe, e aspettò che passassi.
La darsena era proibita. Stava sotto la terrazza, scavata nella pietra, con un arco aperto sul lago e un cancello di ferro che si chiudeva con la catena quando c'era brutto tempo. Dentro c'era la barca dei signori, di legno lucido, coperta da un telone. La chiave stava appesa a un chiodo, nella nostra cucina, con una targhetta di legno rossa. Mio padre me l'aveva detto il primo giorno, indicandola: «La darsena no.» E io, per un anno, la guardai ogni giorno.
*
La festa di San Giovanni cadeva di venerdì, quell'anno. In paese c'erano le bancarelle e la banda, e la sera i fuochi sul lago. Mancava un mese ai miei quindici anni. Mia madre si era fatta fare un vestito per l'occasione, e alle sette era pronta, e io no, perché avevo detto che non ci volevo andare.
Ci fu una discussione breve. Poi mio padre disse: «È grande, ormai. Possiamo fidarci.» Mia madre mi fece promettere di chiudere la porta, di non aprire a nessuno, di andare a letto presto. Lo promisi. Mi guardò un momento dalla soglia, con il vestito nuovo, come si guarda una cosa che si lascia in un posto e si spera di ritrovare nello stesso posto. Poi andarono.
Faceva caldo, un caldo fermo. Il lago era piatto e grigio, e sopra le montagne dall'altra parte c'erano delle nuvole alte, di un bianco sporco. Rimasi a guardare la chiave con la targhetta rossa per quasi un'ora. Poi la presi.
La darsena, dentro, era più grande di come la immaginavo, e più fresca. L'acqua batteva piano contro i gradini di pietra, e la luce veniva dall'arco sul lago, verdastra. Sollevai un lembo del telone e salii sulla barca. C'erano i cuscini di cuoio, il volante di legno, un odore di vernice e di lago. Mi sedetti al posto di guida e rimasi lì, con le mani sul volante, e per un poco fui una signora che attraversava il lago. Mi ricordo solo che a un certo punto la luce dall'arco era cambiata.
Il vento arrivò tutto insieme. Sentii prima il rumore, un fruscio lungo sull'acqua, e poi la barca si alzò e ricadde contro le corde. Fuori il lago era diventato nero. La prima onda entrò dall'arco e batté sui gradini, e la seconda fece sbattere la barca contro il muro. Capii che dovevo scendere. Mi alzai, misi un piede sul bordo bagnato per saltare sui gradini, e il bordo non c'era più.
Caddi in acqua tra la barca e la pietra. Il piede mi rimase preso, non so come, tra lo scafo e lo spigolo del gradino più basso, e ogni onda spingeva la barca contro il gradino e mi stringeva la caviglia. L'acqua mi arrivava al petto. Era fredda, molto più fredda di quanto sembrasse da fuori. Chiamai. Chiamai mio padre, poi mia madre, poi chiunque, e in quel momento cominciarono i fuochi sul lago, e il tuono, e non so più quale dei due coprisse la mia voce. Nessuno poteva sentirmi. Lo capii a un certo punto, con una chiarezza che non ho più provato così: che potevo gridare quanto volevo, e che era come non gridare.
Poi ci fu una luce.
Era una lanterna, sulla porta della darsena dalla parte del parco. Antonio era venuto a chiudere il cancello sul lago e a coprire bene la barca, perché i cuscini non si bagnassero: era il suo lavoro, e lo faceva sempre, prima di ogni temporale. Alzò la lanterna e mi vide. Rimase fermo un momento. Vidi la sua faccia nella luce, il lato bruciato, lucido di pioggia, e per quel momento ebbi più paura di lui che dell'acqua.
Poi posò la lanterna sul gradino ed entrò in acqua. Puntò la schiena contro la barca e la spinse via dal muro, con le onde che gliela ributtavano addosso, e la tenne lontana abbastanza perché il mio piede si liberasse. Mi prese sotto le braccia e mi tirò su sui gradini. Io tossivo. Lui prese il telone dalla barca, me lo mise intorno, e mi fece sedere sul gradino più alto, lontano dall'acqua. Poi indicò la mia caviglia e fece un gesto con la mano, come a dire: muovila. La mossi. Faceva male, ma si muoveva. Lui annuì.
Chiuse il cancello sul lago con la catena e legò la barca con due corde in più, mentre io lo guardavo, dentro il telone, senza riuscire a smettere di tremare. Poi riprese la lanterna e mi accompagnò fino alla casa del custode, sotto la pioggia, un passo dietro di me, facendomi luce sul sentiero. Davanti alla porta si fermò. Aspettò che entrassi.
*
Mi voltai sulla soglia. Volevo dirgli di non dirlo a nessuno. Avevo già la frase in bocca, e in quel momento mi accorsi di quello che stavo per dire, e a chi. Lui non poteva dirlo. Non avrebbe potuto dirlo nemmeno se avesse voluto.
Non dissi niente. Lui fece il suo verso, piano, anche se non gli avevo chiesto niente, e se ne andò con la lanterna verso il fondo del parco.
Mi cambiai. Nascosi il vestito bagnato sotto il letto e rimisi la chiave al suo chiodo. Il telone lo piegai e lo lasciai fuori dalla porta, e la mattina dopo non c'era più. I miei genitori tornarono dopo mezzanotte. Mia madre aprì la porta della mia stanza e chiese, piano: «Tutto bene?»
«Sì» dissi.
Non l'ho mai raccontato a nessuno. Lo scrivo adesso per la prima volta, e mi accorgo che, scritto, sembra meno di quello che è stato.
II
In settembre partii per la Svizzera. Il collegio l'aveva scelto la contessa Ursula, che dei tre figli era l'unica a parlare a mia madre come a una persona e non come a un servizio: un istituto per signorine sopra Lucerna, cattolico, perché su questo mia madre non aveva voluto sentire ragioni. Il tedesco lo imparai in un inverno, per necessità. Le altre ragazze erano figlie di industriali di Milano e di Torino, di banchieri di Basilea, e parlavano delle case al mare come di una stagione.
Per qualche anno quella lingua mi piacque più del latino e più dell'italiano. Aveva parole per cose che in italiano non avevano un nome, e io le raccoglievo in un quaderno come altre ragazze raccoglievano i fiori secchi. Fernweh, la nostalgia di un posto dove non si è mai stati. Torschlusspanik, la paura della porta che si chiude.
Fu in collegio anche che una compagna di Berna, sentendomi parlare del conte, rise. In Svizzera, mi spiegò, i conti non esistevano più da cent'anni: chi si faceva ancora chiamare Graf lo faceva per abitudine, o per vanità, o perché gli altri glielo lasciavano fare. Io non dissi niente. Ma a casa, il mese dopo, continuai a chiamare i figli i conti, come tutti, e mi accorsi che non riuscivo a chiamarli in un altro modo.
Tornavo a casa una volta al mese, col treno del Gottardo fino a Locarno e poi il battello. E ogni volta, dal pontile, la prima persona che vedevo era Antonio, che stava facendo qualcosa di faticoso: spaccava legna, portava sacchi, era in cima a una scala. Mi vedeva anche lui. Un cenno con la testa, al massimo. Non si avvicinò mai, e io mai a lui.
*
Nel 1951 i conti fecero mettere il telefono in casa di Giovanna Facchinetti. Era il primo della via, e in paese se ne parlò per settimane. Serviva per chiamare Antonio quando si rompeva qualcosa di notte, o quando arrivava un temporale e bisognava chiudere la darsena, e il numero era scritto su un cartoncino accanto all'apparecchio della villa.
La prima volta che vidi mio padre usarlo fu un sabato d'inverno, per la pompa del pozzo. Compose il numero, aspettò, poi disse: «Antonio? È la pompa.» E restò in ascolto. Dall'altra parte non ci fu niente, e poi ci fu il verso, più sottile di come arrivava dal vero, come una cosa detta da lontano. Mio padre riattaccò. Venti minuti dopo Antonio saliva il vialetto con la borsa degli attrezzi.
*
Nel 1953 tornai in Italia e mi iscrissi a Lettere, a Milano. Abitavo in un pensionato per studentesse tenuto dalle suore, e continuavo a tornare a casa una volta al mese, e a volte portavo qualcuno.
Fu in quegli anni che diventai bella. Lo scrivo senza vanità, perché non era merito mio, come non era merito mio il lascito del conte: mi era capitato, come capita il bel tempo. Me ne accorsi dagli altri prima che dallo specchio. Dagli uomini sul battello che si spostavano per farmi posto, dal farmacista di Intra che mi chiamava signorina con un tono nuovo, dalle signore della villa che smisero di chiamarmi «la piccola del custode».
Mia madre se ne accorse prima di tutti, e ne fu fiera come di una cosa che aveva fatto lei. «Sei tu la dote» mi disse una volta, ridendo, ma non stava ridendo. Per lei la bellezza e i libri erano la stessa cosa: due porte per uscire dalla casa del custode.
In paese tutti mi guardavano. Solo Antonio, quando passavo, continuava a guardare per terra. Se mi incrociava da vicino si girava appena, in modo che vedessi soltanto il lato sinistro della faccia, quello intatto. Lo faceva con me, e solo con me: con la donna del latte, con i conti, con mio padre, non ci pensava nemmeno. Allora credetti che fosse timidezza.
Il primo ragazzo che portai a casa fu Giorgio, che studiava medicina. Mia madre tirò fuori i piatti buoni e gli fece le domande che si fanno, e lui rispose bene a tutte. Dopo pranzo lo portai a vedere il parco. Antonio stava potando le siepi, a qualche metro, e Giorgio lo guardò con l'attenzione tranquilla di chi ha già visto molte cose sui libri. «Ustioni di terzo grado» mi disse a bassa voce. «Curate male. Oggi, con un innesto, gli si potrebbe rifare quasi tutto.» Lo disse con competenza, e anche con una certa gentilezza. Lo lasciai due mesi dopo, per altre ragioni, mi dissi.
Ce ne furono altri, non molti. Li portavo tutti alla villa, prima o poi, per il pranzo della domenica, e mia madre li pesava a tavola come si pesa la farina, e dopo, lavando i piatti, mi diceva il risultato. Questo è serio. Questo è troppo giovane. Questo non ti guarda quando parli. Aveva quasi sempre ragione.
Mi sono chiesta molte volte, dopo, perché li portassi proprio lì. Avrei potuto tenerli a Milano, nei caffè, come facevano le mie compagne, e portarli a casa solo quando ci fosse stato qualcosa da annunciare. Invece li facevo salire sul battello e scendere al pontile della villa, e li facevo camminare per il parco, davanti alla darsena, davanti al capanno. Come si porta qualcosa a far vedere a qualcuno. Allora non sapevo a chi.
Fu all'università che lessi Orgoglio e pregiudizio, per un esame di letteratura inglese che non mi interessava. Lo lessi in una settimana, nel pensionato, dopo cena. A metà libro c'è una ragazza, Charlotte Lucas, intelligente, senza dote e non più giovanissima, che sposa un uomo sciocco perché le offre una casa; e lo spiega all'amica con calma, con buon senso, e tutti intorno le danno ragione. Lessi quel capitolo due volte. Era la voce di mia madre. Non le parole: il tono, quello del lavandino, quando mi diceva questo è serio, questo è troppo giovane.
Fino a quella sera avevo creduto che quel tono fosse il modo in cui vanno le cose, al pari della pioggia e delle stagioni. Invece qualcuno, quasi centocinquant'anni prima, l'aveva visto abbastanza chiaramente da metterlo in un romanzo, e da farci sorridere sopra. E se si poteva mettere in un romanzo, allora non era natura: era una cosa che qualcuno aveva deciso, e che qualcun altro poteva non decidere. Dopo Austen lessi altri libri con quella domanda in testa, e ogni volta ne cadeva un pezzo, un'abitudine alla volta. Ci vollero anni.
*
Fu la contessa Ursula, nell'estate del 1956, a invitarmi per la prima volta a prendere il tè.
Il salone era la stanza più grande della villa, con tre porte finestre sulla terrazza e il lago dietro, e un pavimento alla veneziana, di pietra minuta e lucida, che d'estate era fresco sotto le scarpe. Sopra il pianoforte c'erano i ritratti del conte e di sua moglie, lui giovane con i baffi, lei con una rosa in mano. Io in quella stanza, fino ad allora, ero entrata solo coi vassoi.
Da quell'estate ci entrai seduta. Venivano i loro amici da Zurigo e da Basilea, un avvocato di Milano, una scrittrice tedesca in villeggiatura, e io parlavo con loro in tedesco, di Rilke, di Thomas Mann, di Montale, che nessuno di loro aveva letto e tutti volevano che gli raccontassi. Piacevo. Sapevo di piacere, e sapevo anche perché: la figlia del custode che cita Rilke dava a quei pomeriggi qualcosa che non si poteva comprare, e io lo davo gratis. Ero come i fiori che mia madre sistemava nei vasi prima che arrivassero gli ospiti, solo che parlavo. Mia madre mi aspettava in cucina, e dopo voleva sapere tutto: cosa avevo detto, cosa mi avevano chiesto, chi c'era. Non era mai stata così contenta.
Fu a uno di quei tè che sentii parlare del tango. Una signora di Milano, moglie di un industriale, che lo aveva imparato da ragazza a Buenos Aires, disse che il tango era il rapporto giusto tra un uomo e una donna: lui guida, lei segue, e nessuno dei due ha bisogno di parlare. Lo disse posando la tazza, con l'aria di chi rivela un segreto, e le altre signore annuirono. Io la trovai una frase bellissima. La sera la scrissi nel quaderno delle parole tedesche, in italiano, e ci credetti per anni.
Nell'estate del 1957 ai tè cominciò a venire Felix Amsler. Era il figlio di un banchiere di Basilea, amico dei conti, e aveva trentadue anni, un'automobile inglese color crema e quel tedesco che in collegio ci avevano insegnato a invidiare. Aveva letto tutto quello che avevo letto io, e qualcosa di più, e me lo lasciava scoprire con discrezione, un poco per pomeriggio. Veniva ogni fine settimana. A settembre mi portò in battello fino a Stresa, e sulla terrazza di un albergo dove mio padre non era mai entrato mi chiese di sposarlo. Aveva già parlato con il conte Konrad. Aveva una casa sul Reno, disse, con una biblioteca che sarebbe stata mia.
Gli dissi che ci avrei pensato. Ci pensarono tutti gli altri. La contessa Ursula mi prese da parte e mi disse, in tedesco, che certe cose capitano una volta sola. Una compagna del collegio, sposata da un anno a Torino, mi scrisse quattro pagine per dirmi che ero fortunata, e una quinta per dirmi di non essere stupida. Mia madre non disse niente per tre giorni, che per lei era moltissimo, e il quarto, lavando i piatti, disse soltanto: «Quello lì ti porta via da qui.» Non era un consiglio. Era una preghiera.
Io non avevo niente da opporre. Felix era gentile e intelligente, e mi voleva bene davvero; ma ogni volta che provavo a immaginarmi nella casa sul Reno mi vedevo nella biblioteca, e lui non c'era. A ottobre gli dissi di no. Gli dissi che non lo amavo, che era l'unica ragione che avessi, e lui la accettò con una cortesia che quasi mi fece cambiare idea. Mia madre mi chiese se ero diventata matta, e per un mese non ci parlammo. A tutti sembrò una cosa decisa in un minuto, per capriccio. Mi c'erano voluti quattro anni di libri.
La notte dopo il no a Felix pensai al conte per la prima volta da molto tempo. Alla biblioteca, a lui appoggiato al bastone sulla soglia: bisognerà che tu ne legga molti di più. A mio padre aveva lasciato dei soldi; a me, in realtà, aveva lasciato dei libri, e i libri mi avevano appena insegnato a rifiutare proprio quello che i soldi avrebbero dovuto procurarmi. Credo che lo sapesse. Era un uomo che le parole, prima di dirle, le pesava.
Un pomeriggio d'ottobre del 1958, dalla porta finestra, si vedeva Antonio che spaccava legna davanti al capanno. Una signora di Basilea gli guardò la faccia e chiese chi fosse quell'uomo.
«Il giardiniere» disse il conte Konrad. E poi, siccome la signora continuava a guardare, raccontò del capanno. Che il padre, morendo, glielo aveva lasciato in proprietà, nessuno sapeva perché. «Una stranezza della vecchiaia.» La contessa Ursula disse in tedesco che il papà aveva i suoi capricci. Qualcuno disse che doveva fare paura ai bambini, con quella faccia. Il conte Konrad disse: «Non si sa mai cosa pensa.»
Io pensai alla darsena. Alla lanterna sul gradino, alla schiena contro la barca, al telone. Avevo tutto in bocca, come quella notte sulla soglia.
«Poverino» dissi.
Tutti annuirono. Era la parola giusta: pietosa, educata, e non costava niente a nessuno. Il conte Matthias fu l'unico che mi guardò. Mi guardò un momento, senza dire niente, poi si voltò verso il lago. La conversazione passò ad altro.
Quella sera, nella mia stanza, ci ripensai. Poverino è una parola che si dice dall'alto. Si dice di chi non può rispondere. Avevo in bocca la parola vera, e avevo scelto la più piccola che avevo, e l'avevo scelta proprio perché era piccola: perché lo difendeva abbastanza da farmi sentire buona, e non abbastanza da farmi sentire dalla sua parte.
*
Carlo Morelli lo conobbi quell'inverno, a una conferenza all'università sui trattati di Roma. Era assistente di diritto internazionale, aveva trent'anni, e alla fine della conferenza fece una domanda al relatore così bella che la sala si voltò a guardarlo. Dopo, sulle scale, la fece a me, un'altra domanda, e poi un'altra, e andammo avanti fino alla chiusura del portone.
Parlava come altri respirano. Parlava dell'Europa che si stava facendo, dei confini, delle parole dei trattati, di come una virgola in un articolo potesse decidere di una guerra o di una pace. E ascoltava: questo era la cosa nuova. Io parlavo di Leopardi e lui ascoltava, e poi rispondeva con una cosa sua, e io con un'altra mia. Facevamo notte così, nei caffè di Brera, a costruire frasi insieme.
Guadagnava meno di un maestro elementare, abitava in una stanza in affitto dietro corso Garibaldi e aveva un cappotto solo. Io non ci pensai nemmeno. Fu la prima cosa, di quell'amore, che mi stupì di me.
Lo portai alla villa in primavera. Mia madre lo guardò scendere dal battello, in giacca e cravatta, con il libro sotto il braccio, e io vidi sulla sua faccia la stessa cosa che avevo visto davanti al cancello, il giorno del trasloco. Un professore. Dopo Felix, era meno di quanto aveva sperato, e più di quanto aveva temuto. I conti lo adorarono. Il conte Konrad passò un pomeriggio intero con lui sulla terrazza a parlare della neutralità svizzera, e alla fine disse a mia madre, in italiano, che sua figlia aveva scelto bene. Mia madre lo ripeté per un anno.
Ci fidanzammo a Natale del 1959. I conti vollero offrire un ricevimento nel salone, piccolo, dissero, e fu grande. Nel pomeriggio, dalla finestra della mia stanza, vidi Antonio che portava le sedie dal capanno alla villa, quattro alla volta, attraverso il parco. Carlo era sulla terrazza con il conte Konrad, e parlava, e muoveva le mani come fa chi spiega. Antonio passò sotto la terrazza, si fermò un momento, lo guardò. Poi riprese le sedie e andò avanti.
Non so cosa ci fosse in quello sguardo.
(la seconda e ultima parte si intitola: La macchia d'acqua ...)